lunedì 28 dicembre 2009

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Leggendo "Io & Marley" continuavo a chiedermi perchè e dove la gente vedesse in quel pacioso labrador un terribile animale bavoso e distruttivo. Quel libro è diventato un best seller, io dal mio canto condivido da sei anni la mia esistenza con un cane che farebbe vergognare John Grogan di essersi lamentato del suo.
Ebbene sì, rispetto ad Ares, Marley è di sicuro un angioletto mite e tranquillo, il cane dei sogni di ognuno. O, forse, è il mio ad essere un mostro travestito da dobermann, una punizione divina a tutti i peccati dell'umanità, uno tsunami con quattro zampe e il cervello della dimensione di una noce.
Spesso, quando i miei amici o familiari vengono a trovarmi, ridono e scherzano con quella sottospecie di mini pony arrapato, continuando a chiedermi di che cosa mi lamenti, vista la sua immensa bontà e simpatia. D'altro canto sono certa che, se mai vi fosse la necessità che io debba allontanarmi anche solo per una giornata da casa e trovare qualcuno che badi ad Ares, tutti questi suoi fans sparirebbero nel nulla più assoluto, campando una qualsiasi scusa pur di non dover gestire quei 40 chili di demenza canina.
Già mi vedo le mie più care amiche stese a letto la sera accanto ai loro fidanzati, una copia di "Vanity Fair" tra le mani, chiedere improvvisamente alla loro dolce metà: "Ma se ci chiedesse di tenerle Ares???". E loro, strappandosi quasi gli occhiali dalla faccia e lanciando lontano il libro che tenevano in grembo, rispondere pallidi come un fantasma: "Dobbiamo assolutamente inventare qualcosa per essere pronti ad evitarlo!!".
Sembra inverosimile? Non lo è, credetemi. Sono più che certa che ogni singola persona che mi conosce custodisca una scusa nell'eventualità che io provi a chiederle di occuparsi del mio cane.

Eppure, non lo cambierei con nessuno al mondo.
Nelle nostre quotidiane passeggiate, incontriamo spesso distinti proprietari di quelli che io amo definire "cani - robot", i quali zampettano a testa alta, fianco fianco al loro amico umano, fermandosi a comando, sedendosi a comando, perfino facendo i bisogni a comando.
Osservo i loro sguardi, un misto di stupore e compassione, mentre gli slitto davanti distesa sulla pancia, trascinata dall'orso curioso che deve assolutamente raggiungere il filo d'erba dall'altra parte del bosco, ma non me ne dispiaccio. Semplicemente ritengo che la mia vita con Ares sia ricca, ed è quello che dico sempre a chi mi chiede come sia convivere con un elefante psicopatico.
Certo, ometto di dire di che cosa è ricca: di infarti che mi fa prendere quando si spalma contro i muri, di occhi neri e lividi che mi lascia quando torno a casa dopo aver ritirato la posta, di periodi di tempo che variano tra i due mesi e i due anni in cui mi ritrovo senza voce...
Ma l'amore folle e la voglia di vivere che trasmette il mio pazzo cane, non li cambierei con nulla e nessuno al mondo!

Questo blog nasce in suo onore, per ricordare e raccontare ogni istante della nostra vita insieme e di come lui l'abbia sconvolta e stravolta rendendola unica.

domenica 27 dicembre 2009

Cap. 1 - Io scelgo te!


Volevo un dobermann. Non un cane, un dobermann. Mi ero da poco trasferita a vivere da sola e la mancanza di quattro zampe che picchiettavano sul pavimento si sentiva fin troppo. Era arrivata l'ora di allargare la famiglia e realizzare un sogno.
Non conoscevo la razza, non sapevo niente di cani. Ero cresciuta tra dolcissimi e miti animali educati rigorosamente da mio nonno e mio papà, cani che non si sarebbero permessi nemmeno di fare un passo senza il consenso dei miei parenti. In casa mia, nessuno aveva mai alzato la voce o le mani verso uno dei nostri quattro zampe, eppure loro erano semplicemente educatissimi. Davo per scontato che il mio futuro migliore amico sarebbe stato così.
Scelsi la cucciolata "a simpatia" verso la persona che li vendeva, che sembrava molto esperta e professionale (e che aprofitto ancora una volta per ringraziare per avermi regalato il mio sogno più grande), e vidi per la prima volta i piccolini che avevano pochi giorni: dei topi. Sembravano dei topi neri e rugosi che con i musetti cercavano il latte materno calpestandosi tra di loro. Ma i genitori erano favolosi: belli, buoni, dolci, educati... rispondevano ad ogni comando della loro proprietaria Barbara come i cani che si vedono nei film. Io li osservavo ammaliata, invidiosa, impaziente di insegnare al MIO dobermann che ancora non aveva aperto gli occhi al mondo tutte quelle cose degne di Lassie.
Era presto, troppo presto per scegliere, ma di una cosa il mio compagno ed io eravamo certi: sarebbe stato un maschio.
Col senno del poi mi rendo conto che la scelta fu un po' azzardata. Forse avvicinarsi alla razza iniziando con una femminuccia sarebbe stata un'idea un po' più saggia. Ma eravamo giovani, convinti di poter spaccare il mondo, e che il nostro cane l'avrebbe fatto a pezzi con noi.

E così il tempo passava, i cuccioli crescevano a vista d'occhio e noi andavamo a trovarli ogni volta che ne avevamo l'occasione, sempre domandandoci quale tra quelli sarebbe diventato parte di noi.
Quando il momento di decidere arrivò, eravamo completamente spiazzati, indecisi e preoccupati... i piccolini erano tutti bellissimi, simpatici, giocherelloni e vitali, tutti simili nel loro modo di fare, di agrottare quelle sopracciglia focate, di masticare i lacci delle nostre scarpe. Come si poteva dire "tu si e tu no"?
Passammo un pomeriggio intero ad osservarli nella stanza predisposta per loro, cercando di delineare il più possibile qualche diversità tra il carattere di ognuno, finchè io capii che il mio cane era lui, il piccolo Alfa dal collare rosso.
Comunicai al mio compagno la mia decisione e, sorridendo, mi accucciai e feci per prendere in braccio il piccolo babà al cioccolato. In quel momento una specie di maiale tondo tondo col collarino rosa carne e la pancia che pareva esplodere corse verso di me e mi arraffò il naso con i dentini aguzzi, per poi iniziare a riempirmi di baci ed arrampicarsi con impegno degno di nota sulla mia testa.
Posai a terra il dolcissimo Alfa per liberarmi di quella specie di pipistrello che si era accampato sui miei capelli e li stava masticando con impegno, ma il teppista non ne voleva sapere di staccarsi dalla mia chioma e, per evitare di diventare calva, lo strinsi forte a me e gli baciai quel pancino che sapeva di latte.
Era il più grosso e goffo della cucciolata, il più intraprendente e incredibilmente già a tratti morboso, ma mandando a quel paese il "test di Campbell" che avevo letto e riletto per mesi, capii che era stato lui a scegliere me.
"Sei tu?" gli chiesi acciuffandogli il nasino umido tra le dita, mentre lui con aria professionale sgranocchiava la mia scarpa. Per tutta risposta si divincolò e, come un caimano affamato, ingurgitò almeno metà della mia mano, tossendo e sbuffando come una locomotiva.
"E' lui..." rise il mio compagno facendogli una carezza sulla testa.
Ares, per tutta risposta e tronfio di quelle attenzioni, si girò e con uno scatto felino bucò il maglione di Michele.
Avevamo scelto. Avevamo scelto male, ma ancora non lo sapevamo...

sabato 26 dicembre 2009

Cap.2 - Come ti chiami?


Per ingannare l'interminabile attesa che ci separava dal giorno in cui il cucciolo avrebbe messo piede in casa nostra, Michele ed io iniziammo ad ingegnarci sul nome da dare al teppista. Sul pedigree si sarebbe chiamato Ares, visto che la lettera della cucciolata era la "A", ma era stato scelto dalla proprietaria dei genitori, e noi volevamo trovarne uno insieme, dare un'identità speciale al nostro cane. Da quel momento la piccola casa di montagna in cui vivevamo si trasformò in un concentrato di post-it con scritti tutti i nomi che ci aggradavano. Ce n'erano sul frigo, sui muri, sui comodini, perfino sulla tavoletta del water...
Il mio preferito era Ryan. Lo trovavo semplice, ma al contempo molto carino, e facevo già le prove mentre passeggiavo per i boschi circostanti. "Ryan, Ryannn, vieni qui bello! Bravo cane, bravo cane!!" intonavo, mentre la gente che incontravo mi osservava incuriosita accarezzare l'aria e ridere da sola.
Dal suo canto, il mio compagno preferiva di gran lunga Syd, come non so quale cantante della musica spazzatura che ascolta ancora oggi.
"Syd è un nome da lucertola" gridavo, sventolandogli davanti liste infinite di nomi che ritenevo più adatti al nostro cane.
"Perchè, quante lucertole di nome Syd conosci?" mi rispondeva lui. Non faceva una piega.
"Che ne dici di Nestor?" azzardavo io, telefonandogli dal lavoro mentre il mio titolare mi guardava con astio.
"Goku!!" improvvisava lui alle 3 del mattino, accendendo la luce di colpo e facendomi perdere dieci anni di vita dallo spavento.

Non trovavamo un compromesso. Quelli che piacevano a me, Michele li trovava orribili e viceversa. Non so quante ore trascorremmo in quel periodo a sparare nomi a raffica, a cercare sul web divinità egizie, greche, romane, eroi d'altri tempi, uomini coraggiosi, cani famosi. Ma quel nome proprio non voleva saperne di uscire.
Poi un giorno, mentre fuori iniziava a nevicare nonostante fosse appena ottobre inoltrato, pensai che era giunta l'ora di acquistare tutto il necessario per il cucciolo, visto che da lì a un paio di settimane sarebbe, finalmente, arrivato.
Nel negozio di animali tutto sembrava fantastico.
"Dici che ad Ares piacerà questo giochino?" chiesi al mio compagno senza nemmeno accorgermi di averlo chiamato "Ares" e non "il cucciolo", come facevamo di solito in attesa di dargli un'identità.
"Chiama Barbara, chiedile che mangime possiamo comprare per Ares!" mi fece eco lui pochi minuti dopo.
Non dicemmo nulla, ma non discutemmo mai più sul nome. Ares, il dio greco della guerra, figlio di Zeus ed Hera, era il nostro cane. Forse non avevamo mai deciso come chiamarlo, perchè, alla fine dei conti, era proprio il nome che aveva già l'unico a piacere ad entrambi.
E così ora Ares aveva la sua cuccia, i suoi giocattoli, la sua pappa, le sue ciotole, il suo posticino in casa e un nome. Eravamo pronti ad accoglierlo e ad iniziare una fantastica avventura.

venerdì 25 dicembre 2009

Cap. 3 - Verso casa...


Il giorno tanto atteso era arrivato. Mi sembrava incredibile e l'ora X sembrava non giungere mai, sopratutto perchè prima di andare a recuperare il nostro nuovo cane ci era toccato un favoloso pranzo col parentado, che prevedeva zii e cugini di ottantesimo grado di cui a stento ricordavo le facce, figuriamoci i nomi!
La notte prima non avevo chiuso occhio, continuavo ad alzarmi e controllare che tutto fosse pronto: la graziosa cuccetta blu ai piedi del letto, le ciotole rosse, la coperta, venti quintali di giocattoli, cappotti, ossi da masticare, trenta kg di pappa per cuccioli... sembrava esserci tutto, eppure non ero tranquilla. Somigliavo parecchio ad un papà che percorre per ore ed ore il corridoio al di fuori della sala parto, in attesa che la sua dolce metà metta al mondo il suo primo figlio. In effetti il mio bambino stava per arrivare!!!!
Finalmente dopo saluti e baci a duecento persone e dopo aver deciso di accennare a mia madre che "un cucciolo di cane nero, massì un meticcio dolcissimo di taglia piccola" si sarebbe aggiunto alla mia famiglia, prendemmo la macchina e con le mani che tremavano dall'emozione ci dirigemmo da Barbara.
Firmammo carte, ascoltammo gli ultimi consigli, e quando fu il momento di prendere il cucciolo ci rendemmo conto che il collare che avevamo acquistato poteva usarlo per fare l'hulahop da tanto gli stava grande. Ma non importava. Da quel momento Ares era nostro a tutti gli effetti, anche se mentre tornavamo a casa e lo stringevo tra le braccia baciandolo di continuo non mi pareva ancora vero.
Quando mancava circa mezz'ora all'arrivo, Michele ed io iniziammo ad annusare l'aria con sguardo schifato... un odore misto tra uovo marcio e fogna a cielo aperto si stava diffondendo nell'abitacolo, alimentato dall'aria calda che usciva dai bocchettoni.
"Forse è meglio se ci fermiamo" suggerii "...mi sa che l'ha fatta!".
Parcheggiammo nella prima aria di sosta libera, le nostre facce tendevano al verdognolo dovuto al profumino sempre più forte che quasi ci bruciava i polmoni e srotolammo il brinconcello dalla coperta in cui l'avevamo avvolto per non fargli prendere freddo. Nulla.
"Probabilmente veniva da fuori" disse Michele indicando le campagne della Bassa Friulana che ci circondavano. Feci per annuire, ma un rumore inequivocabile proveniente dai bassifondi di Ares mi fece sussultare. Il piccoletto spalancò gli occhi stupito, diede un'annusata circospetta al suo sedere, mi guardò malissimo come se fossi stata io la causa di quel fetore mortale e si riaddormentò.
Non lo sapevamo ancora, ma quei profumi di violette in fiore ci avrebbero perseguitati per sempre, facendo fuggire ospiti, rendendo le lasagne cucinate con cura immangiabili, provocando conati di vomito a più di una persona. Quel giorno non avevamo preso un cane, ma una bomba atomica che ogni volta che esplodeva sterminava animali e vegetali nel raggio di due chilometri.
La nostra vita con Ares era cominciata. Mi aspettavano notti in bianco, esaurimenti nervosi, migliaia di euro di danni vari ed eventuali, corse dal veterinario ad ore impensabili e tutta una serie di assurdità che di certo non potevo immaginare guardando quel musetto minuscolo che russava come un trombone. Ma l'amore che era nato tra me e lui in quel freddo giorno di inizio novembre... quell'amore... era destinato a crescere di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto. E questo l'avevo già capito.

giovedì 24 dicembre 2009

Cap. 4 - Regole!


"Dormirai nella tua cuccia, mangerai dopo di noi, uscirai dalle porte per ultimo, non metterai mai piede sui divani..." elencavo al piccolo Ares che, seduto davanti a me con aria assorta, sembrava capire alla lettera le regole della sua nuova famiglia.
"Hai capito angioletto?!" gli chiesi baciandogli il nasino umido. Mi diede una mozzicata sulla guancia e si fiondò a 300 chilometri orari sul divano, facendo cadere la lampada che si frantumò sul pavimento.
Mentre ripulivo i cocci e studiavo una scusa per dire a Michele che la sua lampada era defunta, il terribile nanetto sospirò e si addormentò profondamente, accoccolato come un porcospino tra le morbide coperte del divano.
"E va bene..." gli dissi con una carezza "ma solo per oggi!!".
Era il mio cucciolo. Mi sentivo in dovere di viziarlo. Non riuscivo a pensare che "oggi" significava "sempre". Non riuscivo a pensare che un giorno quel grazioso pallino di pelo nero sarebbe pesato 40 chili e sul divano ci sarebbe stato solo lui. Ma soprattutto non sapevo che ben presto il divano nuovo, acquistato con tanti sacrifici, avrebbe intrapreso un viaggio di sola andata verso la discarica.
Guardavo quelle sopracciglia rugose, quelle zampone sproporzionate e quegli occhioni dolci e furbi e non riuscivo più a trovare qualcosa di cui potesse importarmi di più.
Mentre cucinavo la cena canticchiando, sentii un rumore sospetto provenire dalla camera da letto degli ospiti. Mi girai di scatto e mi accorsi che Ares aveva abbandonato i suoi sogni e non era più in soggiorno.
Con calma mi diressi sorridendo verso la stanza in cui sicuramente il bricconcello si era infilato di nascosto, ma quando varcai la soglia il sorriso mi si gelò sulle labbra: il materasso del letto sembrava un enorme palla di neve. Pezzi di cotone e gommapiuma svolazzavano indisturbati per tutta la camera, mentre da un'enorme voragine proprio al centro del letto un culetto nero focato con un codino mozzo e scodinzolante si agitava impegnato in mezzo a quella confusione.
"Ares?" sussurrai sentendomi venire a meno.
La testolina orecchiuta uscì dal buco e un'aria colma di felicità si diffuse su quel musetto dolcissimo. Abbandonò le sue operazioni di sterminio del pericoloso materasso e corse da me facendomi le feste.
"Cosa hai fatto???" gridai arrabbiata indicando con un dito quel che restava del letto.
Si girò, ammirò i risultati del suo capolavoro, e riprese indisturbato a festeggiare il mio arrivo. Avrei voluto ucciderlo, ma non trovai la forza di farlo... e lui sapeva come farsi perdonare! Così lo cacciai fuori dalla camera e iniziai a ripulire il più possibile quell'orribile strage.
Mentre tentavo di rimettere un po' di imbottitura nel buco, qualcosa attirò la mia attenzione. Infilai la mano e ne estrassi quel che restava del mio cellulare. Praticamente, una tastiera con attaccato un pezzo di microfono che penzolava patetico. Ares l'aveva rubato, masticato, brutalmente torturato e ora stava cercando di nascondere le prove della sua malefatta nel materasso.
Mi sedetti pensierosa sul pavimento. Era arrivato da un giorno e già la lista dei danni contava una lampada, un cellulare, un materasso.......... "CRASH" sentii. Sbirciai dalla porta della camera e senza nemmeno provare emozioni aggiunsi alla mia lista mentale il piatto della frutta che troneggiava al centro del tavolo.
Zampettando felice tra le sedie, lui mi guardò. Capii che quel cane era troppo intelligente, troppo furbo e troppo "umano".
Finalmente tornò Michele che, per fortuna, non se la prese troppo per ciò che aveva combinato il furfante.
L'ora di andare a dormire era passata da un pezzo, così misi il nanetto nella sua cuccia e mi diressi a letto. Ma nemmeno due secondi dopo, con aria impegnata, Ares si arrampicò sulle lenzuola, raggiunse il posticino caldo tra me e Michele, mise la testa sul cuscino e crollò addormentato.
"Solo per stanotte!" disse Michele a bassa voce per non svegliare il nostro bambino focato.
"Solo per stanotte..." ripetei.

mercoledì 23 dicembre 2009

Cap. 5 - Le mie migliori amiche


Era difficile rendersi conto del tempo che passava. Ares cresceva in modo inverosimile, ma vivendoci insieme 24 ore su 24 non ce ne accorgevamo, anche se il nostro spazio su letti e divani si riduceva di giorno in giorno e i danni che combinava erano molto più devastanti.
La primavera era alle porte e il nostro cucciolo, ormai, aveva compiuto 6 mesi, nell'arco dei quali avevamo cambiato porte masticate, finestre devastate, una decina di cellulari brutalmente uccisi o spariti nel nulla e una serie infinita di coperte, tende, copridivani, occhiali...
Quel giorno il sole era più tiepido del solito, nonostante la neve coprisse ancora la maggior parte della vallata, per cui decisi di spedire il mio cane in giardino mentre facevo le pulizie. Trascorse circa un'ora, durante la quale davo sempre occhiate preoccupate fuori dalla finestra temendo che il nanetto ne combinasse una delle sue... Ma lui era lì, bravo come non era mai stato: annusava pacifico l'erbetta che spuntava in mezzo alla neve, entrava e usciva dalla casetta riscaldata dentro la quale c'erano i miei ratti, lanciava qualche abbaio ai pochi passanti o fissava il nulla con aria assorta, cosa che gli riusciva benissimo.
Sorrisi. Stava crescendo, stava diventando un ometto indipendente, ed io ero così fiera di lui!!!
Ad un tratto un grido maschile interruppe i miei pensieri di Ares laureato. Sentii il sangue gelarmisi nelle vene!
Corsi fuori, ma in giardino non c'era traccia di Ares. Un buco nella recinzione, nel quale sarebbe passato a malapena un criceto, mi face capire che il suo momento catartico di prima non era segno di idiozia come avevo pensato: stava meditando su come scappare!!!
Aprii il cancello e corsi in strada. Un attimo dopo il mio vicino, in pigiama, sbucò dal retro di casa sua trascinando il mio cane per il coppino. La sua faccia, rossa come un peperone, e l'espressione colpevole di Ares non lasciavano presagire nulla di buono.
Senza dire nulla, l'uomo che fino ad un momento prima avevo considerato un simpatico ed innoquo vecchino, ma che ora ricordava di più un serial killer, indicò un punto sul retro.
Ci andai con cuore che batteva a mille, immaginando che Ares avesse distrutto il suo orto o masticato la sua porta, ma ciò che mi trovai davanti mi fece quasi perdere i sensi.
Le galline del mio vicino, quelle bellissime quattro galline di cui era tanto orgoglioso per le uova che producevano, giacevano in una confusione di piume e sangue. Morte. Tutte morte.
Mi tappai la bocca per non gridare.
In quel momento Ares si divincolò dalla stretta del signore e corse accanto a me. Mi guardò dritto negli occhi, orgoglioso del suo lavoro di mattanza. Poi sparò il sedere nero all'aria e abbaiò festoso a quel che restava delle povere galline. Andò avanti così per cinque minuti, mentre io e il vicino lo osservavamo in silenzio, senza il coraggio o la forza di dire nulla. E lui continuava ad invitare le povere creature stecchite a riprendere quel fantastico passatempo.
Quando, finalmente, si rese conto che le poverelle non gli davano retta, mi guardò con occhi imploranti come a dire "Mammina, diglielo tu alle mie nuove amiche che voglio rincorrerle ancora un po'!". Era buffo, troppo buffo, e nonostante la carneficina mi scappò una risata.
"Bhè..." dissi al mio vicino mentre gli pagavo i danni "voleva solo giocare con le sue nuove amiche..."

martedì 22 dicembre 2009

Cap. 6 - L'autogrill


Ares imparava quello che noi gli insegnavamo ad una velocità stupefacente. Ricordo ancora quando decisi che fosse giunta l'ora di istruirlo a comandi come "seduto" e "terra", certa che ci avrei impiegato un bel po' di tempo per ottenere dei risultati: la sera stessa aveva già capito ed immagazzinato il tutto, e sedeva tutto tronfio ad ogni mio ordine muovendo in maniera esagerata il codino mozzo e fremendo di gioia. Ma c'era una cosa che non voleva entrare in quel melone vuoto: il richiamo. Ogni volta che scioglievo il guinzaglio, lui partiva come una scheggia fino a diventare un puntino in lontananza. A quel punto potevo gridare il suo nome, fischiare, agitarmi, fingere di andarmene, buttarmi a terra simulando una morte improvvisa... che lui non mi si filava di striscio. Correva nella mia direzione per poi cambiare rotta all'ultimo istante, guardandomi con aria saccente quasi a dire "Credevi eh, che sarei tornato! Ma col piffero che mi faccio rimettere il guinzaglio!!".
Ogni uscita nei prati con lui si concludeva con un mio esaurimento nervoso. Cominciavo a richiamarlo praticamente appena arrivavamo, certa che avrei impiegato almeno le due ore successive in vani tentativi di riacciuffarlo. Seguivo alla lettera i consigli di miriadi di libri ed addestratori, ma sembrava che la voglia di libertà del mio cucciolone fosse talmente grande che nulla gli avrebbe fatto cambiare idea.
Proprio per questo quel giorno, stavamo andando fuori città a trovare dei parenti ed eravamo fermi ad un autogrill per fare colazione, mi assicurai più di una volta che il suo guinzaglio fosse ben fissato al collare prima di farlo scendere dalla macchina.
Con un balzo degno di nota e l'aria di chi la sa lunga, Ares atterrò sull'asfalto e mi guardò. Sentii un rumore metallico, e prima che riuscissi a capire cosa esattamente stesse succedendo, vidi la saetta nera sparire dietro l'angolo verso il parcheggio destinato ai camion.
Rimasi un po' stranita, immobile come una pera cotta, col guinzaglio spaccato di netto all'altezza del moschettone che penzolava patetico dalle mie mani. Un gruppo di ragazzi poco distanti si mise a gridare facendomi riprendere dallo stupore, e insieme cominciammo a correre come una mandria impazzita di lupi all'inseguimento della preda.
Svoltammo dove il cane era sparito, ma di lui nessuna traccia. Prima che mi prendesse il panico, però, sentii delle grida all'interno della cucina e pochi istanti dopo, Ares se ne uscì trotterellando calmo ed entusiasta della sua libertà.
"Ares" chiamai con voce suadente sventolando un biscotto di quelli che lui amava "vieni qui picci picci pucci pucci...". Mi guardò. E GIURO che mai avevo visto uno sguardo coì umano in un cane. Nei suoi occhi lessi la frase "Pensi che io sia fesso?", e capii che non era finita.
Uno dei ragazzi, il più vicino ad Ares in quel momento, provò a lanciarsi addosso al cane per bloccarlo, ma il suo tentativo servì soltanto a farlo scattare ancora una volta, ritornando sui suoi passi.
Nel frattempo altre persone si erano unite a noi, eravamo una decina, e cominciammo a studiare dei veri e propri piani di cattura, distribuendoci ai vari lati dell'immenso parcheggio e facendo rallentare le macchine che vi entravano per evitare la catastrofe.
Fino a quel momento non avevamo dato molto dell'occhio, ma ovviamente per mia immensa gioia decise di fermarsi a bere il caffè la donna più fòbica verso i cani che esistesse al mondo. E quando vide Ares trotterellare soddisfatto verso di lei, cominciò a gridare in un modo talmente isterico che dovetti tapparmi le orecchie.
"Un dobermann, un dobermann, aiuto" continuava a strillare l'occhialuta signora arrampicandosi sul cofano di una macchina. Pensai che era solo un incubo, doveva essere così, nemmeno nel più macabro e demenziale dei film una persona faceva una figuraccia così tremenda. Tutti gli occhi ora erano puntati su di me, ero io l'evidente colpevole del misfatto, ero io con quel guinzaglio ancora in mano ed un cane killer libero e pronto a sbranare chiunque. Qualcuno che fino a quel momento mi aveva aiutata nella disperata trappola si spaventò. "Ma davvero è un dobermann?" sentii chiedere sottovoce "non hanno le orecchie dritte di solito?". E mentre continuavano a discutere sullo standard di razza, mentre un paio di vecchietti allietavano le persone con racconti sulla presunta pazzia di questi cani, mentre la svenevole donna seguitava a gridare ed io ero sull'orlo di una crisi isterica... Ares vide la porta dell'autogrill, la porta delle meraviglie, un mondo fatto di cose da mangiare di solito proibite. "No" sussurrò un tizio con un sorrisetto fastidiosissimo in faccia, guardando prima il cane e poi me. "Nooo" gridai io lanciandomi all'inseguimento del fuggitivo. Ma era troppo tardi. Senza nemmeno troppa fretta, il cucciolone aspettò che la porta scorrevole si aprisse e varcò la soglia proibita. La porta si chiuse alle sue spalle. Dopo anni che non lo facevo, mi misi a pregare.
Entrare nell'autogrill fu come vedere una scena a rallentatore. Persone che correvano, gridavano, altre che ridevano della mia disgrazia. Un commesso, di solito composto, sorridente e pronto a sfornare quantità industriali di caffè, correva dietro al cane con una scopa tra le mani, rosso e sudato e con un'aria di chi la sa lunga sulla caccia ai grossi animali selvatici della giungla.
Dal canto suo, Ares come un fulmine impazzito girava lungo i corridoi, facendo cadere tutto ciò che gli capitava a tiro ed arraffando un pezzo di panino da una parte, una merendina ancora incartata dall'altra, una mela rossa, un pupazzo di peluche che secondo lui non meritava di vivere...
In mezzo a quel trambusto riuscii a scorgere Michele: il sorriso che stava rivolgendo a non so chi gli si era raggelato in faccia, il caffè che stava per bere era bloccato a mezz'aria, e lui era come paralizzato, scuoteva solo la testa con l'evidente desiderio di risvegliarsi dall'incubo che aveva coinvolto anche lui.
"Prendi quel dannato cane" gli gridai strappandogli di mano il caffè e spingendolo verso l'uscita da cui Ares era appena sparito. Lui si riprese e corse fuori, mentre un centinaio di occhi severi e di teste che si muovevano in segno di dissenso mi si presentarono davanti facendomi venir voglia di sprofondare o svanire nel nulla.
Per i seguenti cinque minuti nulla cambiò, nessuno fiatava e tutti mi osservavano, mentre io cercavo di fare la finta tonta sorseggiando il caffè che a dirla tutta mi faceva schifo.
Finalmente con aria trionfante rietrò il mio compagno. "E' in macchina" mi disse sorridendo, ed io quasi mi aspettavo che la gente cominciasse ad applaudire. Pagammo il caffè e facemmo per uscire, quando la commessa ci fermò con un colpo di tosse. La guardai incuriosita e lei mi presentò davanti agli occhi un foglio con una lista scritta a mano in fretta e furia.
"Ci sarebbe da pagare tutto quello che ha... ehm... mangiato il vostro cane" specificò con un mezzo sorriso.
Ce ne andammo dall'autogrill maledetto con sessanta euro in meno, un paio di infarti in corso e circa una decina d'anni persi.
Mentre uscivamo dal parcheggio, finalmente sereni tra le quattro porte della nostra vecchia Panda, Ares sospirò nel sonno in cui era caduto. Osservai la sua faccia serena e soddisfatta e le briciole di brioche che gli sporcavano il musetto rilassato. Avrei dovuto ridere, ma l'unico impulso che ebbi in quel momento fu di strozzarlo a mani nude. Decisi che da quel giorno in poi saremmo usciti soltando con guinzagli costruiti in lega d'amianto.

lunedì 21 dicembre 2009

Cap. 7 - La macchina nuova


"Quant'è bella?" sospirò Michele sfiorando con un dito la carrozzeria della fiammante Astra Coupè nuova di zecca. I sacrifici fatti per acquistarla erano stati ripagati da tanta bellezza e, sognante, mi appoggiai sul sedile in ecopelle beige facendo rimbombare l'autoradio.
Quel giorno Ares e il mio compagno sarebbero partiti alla volta della Lombardia, per andare a fare un corso di alcune settimane presso una scuola cinofila molto rinomata. Mi sarebbero mancati senz'altro, ma già pregustavo la pace e la tranquillità che si presentavano dinnanzi agli occhi. Sola. Sarei stata sola, assieme al gatto Skunk, per più di venti giorni, senza dover aggiustare, buttare, ricostruire niente. Sembrava un sogno.
Feci salire Ares sul sedile posteriore, coperto da venti strati di coperte e straccetti per evitare che rovinasse qualcosa, e lo baciai e coccolai per dieci minuti buoni con le lacrime agli occhi. Nonostante tutto, mi sarebbe mancato tantissimo.
Michele si accomodò alla guida, mise in moto l'auto e stava per partire, quando con un sussulto mi accorsi che l'enorme valigia di Ares con dentro ciotole, giochi, biscotti e cavolate varie era rimasta in atrio.
"Aspetta!" gesticolai al mio compagno indicandogli l'enorme borsone. Lui scese, mi baciò, sollevò gli effetti personali del mio cane lamentandosi del fatto che aveva più cose lui della Regina Elisabetta e fece per aprire la portiera.
Mi guardò. Lo guardai. Ci guardammo.
Ares si era chiuso dentro. Aveva schiacciato il bottoncino della sicurezza bambini per guardare cosa stavano facendo i suoi amici a due zampe ed ora era in trappola con l'auto accesa.
"Dov'è l'altra chiave?" chiesi, mentre il panico si impadroniva di me.
"Ce l'ha mio papà, a Milano" rispose Michele. La chiave che avrebbe potuto salvarci era a seicento chilometri da noi.
"Ok, stiamo calmi" cercò di dire il mio compagno con le mani che tremavano e il sudore che gli scendeva dalla fronte, mentre rovistava tra i suoi atrezzi in cerca di un fil di ferro.
Chiamai alcuni amici per avere un supporto meccanico e morale e mi misi ad osservare la scena.
Era giugno, iniziava a fare piuttosto caldo e nell'abitacolo il mio piccolo, grande combinaguai iniziava a dare segni di insofferenza.
"Prova qua!" gridò qualcuno alle mie spalle indicando un punto della portiera. Mi voltai e solo in quel momento notai la decina di persone che, oltre ai miei amici, si stava sentendo in dovere di supportare la causa.
C'era chi infilava fili di ferro, chi batteva sui vetri, chi si preoccupava delle sorti del cane e chi della macchina.
Dal canto suo Ares, infastidito dal non poter uscire e festeggiare l'arrivo di tutti quei nuovi amici umani, iniziò a grattare con tutte le sue forze sui finestrini sbavando come un lama impazzito.
"Il cane sta male!!" osservò qualcuno tra la folla che sembrava crescere di minuto in minuto.
"Morirà soffocato" gufò una signora con aria saccente.
Michele, con aria sofferente, lanciò lontano il fil di ferro con cui stava lottando da quasi un'ora e si diresse in casa, uscendone poco dopo con in mano un martello, uno straccio e gli occhi lucidi.
Non sapevo cosa dire, e di certo gli estimatori di macchine che gli chiedevano se fosse impazzito non lo stavano aiutando. Appoggiò lo straccio sul finestrino anteriore, mentre io mi impegnavo tra grida e balletti isterici a trattenere Ares sul lato posteriore della macchina. Il rumore di vetri infranti fece sussultare tutti, tranne il mio cane che aspettò che gli aprissi la portiera per correre a salutare tutti coloro che avevano assistito alla scena.
In pochi minuti la gente iniziò ad andarsene, lo spettacolo ormai era finito e solo io e Michele stavamo soffrendone le conseguenze.
Era già sera quando, finalmente, i miei due grandi amori partirono verso la Lombardia.
Con il micio in braccio, li salutai con la mano e un sorriso un po' forzato in faccia.
Quando l'auto fece per svoltare, non potei fare a meno di osservare il cartone delle patatine che faceva bella mostra di sè al posto del finestrino.

domenica 20 dicembre 2009

Cap. 8 - Toc Toc?

Per mia grande gioia, Ares aveva trovato degli amici. Due bellissimi, enormi bovari del Bernese con cui trascorreva piacevoli pomeriggi estivi tra i prati e i boschi che ci circondavano. Questo mi dava modo di avere più tempo libero e meno cose da aggiustare, e l'iniziale preoccupazione a lasciare il mio bambino libero di girovagare con altri cani passò presto, notando la bravura dei due a non allontanarsi mai troppo da casa.
Prima dell'imbrunire, comunque, Ares si presentava davanti a casa e grattava finchè gli andavo ad aprire. In effetti non avevo più una vera e propria porta, ma piuttosto delle assi graffiate e dilaniate che penzolavano storte.
Erano circa le tre del pomeriggio e stavo facendo la doccia, quando sentii il famoso rumore che preannunciava il ritorno del vandalo.
"Che ci fai già a casa? Ora mi sciacquo e arrivo!" gli gridai, come se potesse capire. Per tutta risposta, Ares grattò ancora e ancora.
"Arrivo, grandissimo rompi scatole!!!" urlai ancora più forte cercando a tentoni un asciugamano. Ma quando uscii dalla vasca da bagno, c'era un totale silenzio. Pensai che, stufo di aspettare, il mio cane fosse tornato dai suoi amici a giocare, ed iniziai a pettinarmi canticchiando un ritornello di Battisti e usando la spazzola come microfono.
Ad un tratto, però, un rumore fortissimo, come un'esplosione, mi fece fare un salto quasi fino al soffitto.
"Oddio il terremoto" pensai correndo fuori in mutande.
Avevo ragione, era proprio il terremoto. Un terremoto nero focato con la coda mozza e le orecchie da terrier.
Aveva emulato Lassie, ne ero sicura. Nessuno gli aveva aperto la porta, così lui era entrato dalla finestra. Dalla finestra chiusa.
C'erano vetri ovunque. Ma sopratutto sulla scrivania, ed in particolar modo sul computer portatile di Michele, che ora somigliava di più a una sottiletta nera che mandava scintille qua e là.
Ares stava lì, in mezzo a quel delirio, scodinzolando felice, con la lingua fuori e uno sguardo soddisfatto dipinto sul muso. Non aveva un graffio! Lo controllai e ricontrollai una dozzina di volte, ma non si era fatto nemmeno una minima ferita, il che sembrava incredibile osservando il danno che aveva commesso.
Chiusi la porta della stanza senza nemmeno provare a raccogliere i cocci di tutto quel delirio. Uscii di casa quasi in trance per andare a comprare del plexiglass, tenendo stretto il guinzaglio di quel diavolo ambulante che nel frattempo si impegnava in tutti i modi a staccarmi un braccio.
Dalla finestra uscì la faccia sorridente del mio simpatico vicino, che mi salutò con la mano e mi disse "Ho visto il Suo cane lanciarsi contro la finestra e distruggerla! Ha mai pensato di mandarlo in polizia?". Sorrisi mesta, pensando che con tutti i soldi che avevo speso per le malefatte di Ares in nemmeno un anno di convivenza, avrei potuto comprarmela, la scuola di polizia!

sabato 19 dicembre 2009

Cap. 9 - Saturday night...


Rovistavo nel marasma del mio armadio come ogni sabato sera, alla disperata ricerca di quella maglietta che avevo deciso di indossare e che sicuramente non avrei trovato. Ai piedi del letto, sbuffando come una rana, Ares mi osservava bieco, il solito sguardo che metteva su quando capiva che sarei uscita senza di lui.
"Dai sciocchino, lo sai che la mamma torna presto!" gli dissi tirandogli un orecchio e baciandogli il tartufo. "E poi c'è la zia con te!".
Credo che capì perfettamente le mie parole perchè con uno scatto felino si infilò dentro l'armadio, facendo planare a terra metà dei miei vestiti e fissandomi come a dire "Io con quella non ci resto!!!".
Era un vero e proprio bambino viziato. Ormai tutta la mia paga la spendevo per lui. Oltre ai suoi danni, una quantità industriale di dogsitter bazzicavano a casa mia. Uno per quand'ero a lavoro, uno che lo portava fuori, uno che lo faceva rientrare, un'altro per i sabati sera... Ares infatti non ne voleva sapere di restare solo, l'ansia da separazione era nulla in confronto alla sua sofferenza derivata dalla solitudine. E i miei mobili ne sapevano qualcosa. Probabilmente un cucciolo di tigre del Bengala avrebbe fatto meno casino!
Un'autoradio a tutto volume e un clacson insistente mi fecero capire che i miei amici erano arrivati. Presi la prima maglietta che trovai in mezzo a quella confusione, naturalmente con peli canini incorporati, e corsi fuori, scontrandomi con la "zia dogsitter" che avrebbe tenuto compagnia al mio piccolo, grande brontolone.
"Fallo uscire a mezzanotte, ma solo a guinzaglio. Ricordati di non lasciare le ciotole in giro o le rovescia per tutta la casa! Chiudi la porta dello stanzino o ruberà tutte le crocchette! Il numero del veterinario è sul frigo!" mi raccomandai come ogni settimana. Per me era sempre una paranoia lasciare il mio cucciolone. Non per lui, naturalmente, ma per i terribili rischi che correvano cose e persone che gli stavano intorno....
Ero quasi tentata di restare a casa e provai a dirlo ai miei amici, ma loro erano talmente abituati alle mie preoccupazioni che mi trascinarono letteralmente in macchina partendo a tutto gas.
Solo dopo mezz'ora di musica assordante e alcool a tutto andare iniziai, finalmente, a rilassarmi e a godermi l'uscita.
Le ore passavano lente tra balli in pista, sigarette, risate e birra. Mi stavo divertendo, ero felice e rilassata e niente avrebbe potuto guastare la festa. O quasi.
Un urlo sovrastò le note di Shakira. Nella mia testa migliaia di immagini, sicuramente derivate dai film spazzatura che guardavo, mi fecero rabbrividire: Un omicidio? Un bicchiere di birra avvelenato? Una delle spogliarelliste brutalmente assassinata davanti a tutti?.... Il mio cane che correva felice e scodinzolante in mezzo alla pista?.... MERDA! COSA?? Era proprio lui! Scossi la testa più volte, convinta che l'abuso di alcoolici stesse facendo il suo effetto. Ma lui era ancora là. Saltava su una poltroncina, faceva cadere a terra un paio di bicchieri, sbavava sul vestitino di una tizia terrorizzata, infilava il naso nel sedere della cubista. Il tutto scodinzolando in modo talmente frenetico che il suo intero posteriore si muoveva a ritmo di musica.
"Di chi è quel dannato cane???" tuonò il vocalist facendosi strada tra gente divertita, gente spaventata, gente urlante e gente che mi fissava sapendo benissimo che il simpatico dobermann che stava passeggiando indisturbato sul bancone era mio.
Non riuscivo a muovermi. Non riuscivo a riprendermi. Era sicuramente un brutto sogno... DOVEVA essere così. Tremante, estrassi il cellulare dalla tasca e fissai inebetita le circa 200 chiamate senza risposta e la sfilza infinita di sms della dogsitter.
"Ok, non perdiamo la calma!" pensai a voce alta mentre la musica si fermava e il vocalist ripeteva il suo appello. Calò improvvisamente il silenzio mentre io, ancora una volta disperata protagonista di impensabili eventi, mi avvicinavo con aria sofferente al mio dolcissimo e distruttivo grizzly che slappava entusiasta un bicchiere di birra chiara abbandonato perterra da qualche fuggitivo.
"Aressss, pulcino di mamma..." sussurrai sentendo tutti gli sguardi puntati sul collo a mò di gogna.
Quasi non ci credevo, ma lui si avvicinò a me senza scene o complimenti. Planò a 130 chilometri orari sulle mie spalle, leccandomi con un alito di birra che nemmeno un alcoolizzato all'ultimo stadio poteva vantare e facendomi cadere dritta dritta su un tavolino pieno di bicchieri che, naturalmente, si ruppero.
Mi rialzai di scatto emulando Yuri Chechi, presi Ares per il collare e lo trascinai fuori, mentre il solito, stupido applauso a cui ormai ero abituata coprì le risate e i brontolii dei frequentatori della discoteca. Naturalmente io non sarei più stata parte di loro.