venerdì 25 dicembre 2009

Cap. 3 - Verso casa...


Il giorno tanto atteso era arrivato. Mi sembrava incredibile e l'ora X sembrava non giungere mai, sopratutto perchè prima di andare a recuperare il nostro nuovo cane ci era toccato un favoloso pranzo col parentado, che prevedeva zii e cugini di ottantesimo grado di cui a stento ricordavo le facce, figuriamoci i nomi!
La notte prima non avevo chiuso occhio, continuavo ad alzarmi e controllare che tutto fosse pronto: la graziosa cuccetta blu ai piedi del letto, le ciotole rosse, la coperta, venti quintali di giocattoli, cappotti, ossi da masticare, trenta kg di pappa per cuccioli... sembrava esserci tutto, eppure non ero tranquilla. Somigliavo parecchio ad un papà che percorre per ore ed ore il corridoio al di fuori della sala parto, in attesa che la sua dolce metà metta al mondo il suo primo figlio. In effetti il mio bambino stava per arrivare!!!!
Finalmente dopo saluti e baci a duecento persone e dopo aver deciso di accennare a mia madre che "un cucciolo di cane nero, massì un meticcio dolcissimo di taglia piccola" si sarebbe aggiunto alla mia famiglia, prendemmo la macchina e con le mani che tremavano dall'emozione ci dirigemmo da Barbara.
Firmammo carte, ascoltammo gli ultimi consigli, e quando fu il momento di prendere il cucciolo ci rendemmo conto che il collare che avevamo acquistato poteva usarlo per fare l'hulahop da tanto gli stava grande. Ma non importava. Da quel momento Ares era nostro a tutti gli effetti, anche se mentre tornavamo a casa e lo stringevo tra le braccia baciandolo di continuo non mi pareva ancora vero.
Quando mancava circa mezz'ora all'arrivo, Michele ed io iniziammo ad annusare l'aria con sguardo schifato... un odore misto tra uovo marcio e fogna a cielo aperto si stava diffondendo nell'abitacolo, alimentato dall'aria calda che usciva dai bocchettoni.
"Forse è meglio se ci fermiamo" suggerii "...mi sa che l'ha fatta!".
Parcheggiammo nella prima aria di sosta libera, le nostre facce tendevano al verdognolo dovuto al profumino sempre più forte che quasi ci bruciava i polmoni e srotolammo il brinconcello dalla coperta in cui l'avevamo avvolto per non fargli prendere freddo. Nulla.
"Probabilmente veniva da fuori" disse Michele indicando le campagne della Bassa Friulana che ci circondavano. Feci per annuire, ma un rumore inequivocabile proveniente dai bassifondi di Ares mi fece sussultare. Il piccoletto spalancò gli occhi stupito, diede un'annusata circospetta al suo sedere, mi guardò malissimo come se fossi stata io la causa di quel fetore mortale e si riaddormentò.
Non lo sapevamo ancora, ma quei profumi di violette in fiore ci avrebbero perseguitati per sempre, facendo fuggire ospiti, rendendo le lasagne cucinate con cura immangiabili, provocando conati di vomito a più di una persona. Quel giorno non avevamo preso un cane, ma una bomba atomica che ogni volta che esplodeva sterminava animali e vegetali nel raggio di due chilometri.
La nostra vita con Ares era cominciata. Mi aspettavano notti in bianco, esaurimenti nervosi, migliaia di euro di danni vari ed eventuali, corse dal veterinario ad ore impensabili e tutta una serie di assurdità che di certo non potevo immaginare guardando quel musetto minuscolo che russava come un trombone. Ma l'amore che era nato tra me e lui in quel freddo giorno di inizio novembre... quell'amore... era destinato a crescere di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto. E questo l'avevo già capito.

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