mercoledì 23 dicembre 2009

Cap. 5 - Le mie migliori amiche


Era difficile rendersi conto del tempo che passava. Ares cresceva in modo inverosimile, ma vivendoci insieme 24 ore su 24 non ce ne accorgevamo, anche se il nostro spazio su letti e divani si riduceva di giorno in giorno e i danni che combinava erano molto più devastanti.
La primavera era alle porte e il nostro cucciolo, ormai, aveva compiuto 6 mesi, nell'arco dei quali avevamo cambiato porte masticate, finestre devastate, una decina di cellulari brutalmente uccisi o spariti nel nulla e una serie infinita di coperte, tende, copridivani, occhiali...
Quel giorno il sole era più tiepido del solito, nonostante la neve coprisse ancora la maggior parte della vallata, per cui decisi di spedire il mio cane in giardino mentre facevo le pulizie. Trascorse circa un'ora, durante la quale davo sempre occhiate preoccupate fuori dalla finestra temendo che il nanetto ne combinasse una delle sue... Ma lui era lì, bravo come non era mai stato: annusava pacifico l'erbetta che spuntava in mezzo alla neve, entrava e usciva dalla casetta riscaldata dentro la quale c'erano i miei ratti, lanciava qualche abbaio ai pochi passanti o fissava il nulla con aria assorta, cosa che gli riusciva benissimo.
Sorrisi. Stava crescendo, stava diventando un ometto indipendente, ed io ero così fiera di lui!!!
Ad un tratto un grido maschile interruppe i miei pensieri di Ares laureato. Sentii il sangue gelarmisi nelle vene!
Corsi fuori, ma in giardino non c'era traccia di Ares. Un buco nella recinzione, nel quale sarebbe passato a malapena un criceto, mi face capire che il suo momento catartico di prima non era segno di idiozia come avevo pensato: stava meditando su come scappare!!!
Aprii il cancello e corsi in strada. Un attimo dopo il mio vicino, in pigiama, sbucò dal retro di casa sua trascinando il mio cane per il coppino. La sua faccia, rossa come un peperone, e l'espressione colpevole di Ares non lasciavano presagire nulla di buono.
Senza dire nulla, l'uomo che fino ad un momento prima avevo considerato un simpatico ed innoquo vecchino, ma che ora ricordava di più un serial killer, indicò un punto sul retro.
Ci andai con cuore che batteva a mille, immaginando che Ares avesse distrutto il suo orto o masticato la sua porta, ma ciò che mi trovai davanti mi fece quasi perdere i sensi.
Le galline del mio vicino, quelle bellissime quattro galline di cui era tanto orgoglioso per le uova che producevano, giacevano in una confusione di piume e sangue. Morte. Tutte morte.
Mi tappai la bocca per non gridare.
In quel momento Ares si divincolò dalla stretta del signore e corse accanto a me. Mi guardò dritto negli occhi, orgoglioso del suo lavoro di mattanza. Poi sparò il sedere nero all'aria e abbaiò festoso a quel che restava delle povere galline. Andò avanti così per cinque minuti, mentre io e il vicino lo osservavamo in silenzio, senza il coraggio o la forza di dire nulla. E lui continuava ad invitare le povere creature stecchite a riprendere quel fantastico passatempo.
Quando, finalmente, si rese conto che le poverelle non gli davano retta, mi guardò con occhi imploranti come a dire "Mammina, diglielo tu alle mie nuove amiche che voglio rincorrerle ancora un po'!". Era buffo, troppo buffo, e nonostante la carneficina mi scappò una risata.
"Bhè..." dissi al mio vicino mentre gli pagavo i danni "voleva solo giocare con le sue nuove amiche..."

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