
Ares imparava quello che noi gli insegnavamo ad una velocità stupefacente. Ricordo ancora quando decisi che fosse giunta l'ora di istruirlo a comandi come "seduto" e "terra", certa che ci avrei impiegato un bel po' di tempo per ottenere dei risultati: la sera stessa aveva già capito ed immagazzinato il tutto, e sedeva tutto tronfio ad ogni mio ordine muovendo in maniera esagerata il codino mozzo e fremendo di gioia. Ma c'era una cosa che non voleva entrare in quel melone vuoto: il richiamo. Ogni volta che scioglievo il guinzaglio, lui partiva come una scheggia fino a diventare un puntino in lontananza. A quel punto potevo gridare il suo nome, fischiare, agitarmi, fingere di andarmene, buttarmi a terra simulando una morte improvvisa... che lui non mi si filava di striscio. Correva nella mia direzione per poi cambiare rotta all'ultimo istante, guardandomi con aria saccente quasi a dire "Credevi eh, che sarei tornato! Ma col piffero che mi faccio rimettere il guinzaglio!!".
Ogni uscita nei prati con lui si concludeva con un mio esaurimento nervoso. Cominciavo a richiamarlo praticamente appena arrivavamo, certa che avrei impiegato almeno le due ore successive in vani tentativi di riacciuffarlo. Seguivo alla lettera i consigli di miriadi di libri ed addestratori, ma sembrava che la voglia di libertà del mio cucciolone fosse talmente grande che nulla gli avrebbe fatto cambiare idea.
Proprio per questo quel giorno, stavamo andando fuori città a trovare dei parenti ed eravamo fermi ad un autogrill per fare colazione, mi assicurai più di una volta che il suo guinzaglio fosse ben fissato al collare prima di farlo scendere dalla macchina.
Con un balzo degno di nota e l'aria di chi la sa lunga, Ares atterrò sull'asfalto e mi guardò. Sentii un rumore metallico, e prima che riuscissi a capire cosa esattamente stesse succedendo, vidi la saetta nera sparire dietro l'angolo verso il parcheggio destinato ai camion.
Rimasi un po' stranita, immobile come una pera cotta, col guinzaglio spaccato di netto all'altezza del moschettone che penzolava patetico dalle mie mani. Un gruppo di ragazzi poco distanti si mise a gridare facendomi riprendere dallo stupore, e insieme cominciammo a correre come una mandria impazzita di lupi all'inseguimento della preda.
Svoltammo dove il cane era sparito, ma di lui nessuna traccia. Prima che mi prendesse il panico, però, sentii delle grida all'interno della cucina e pochi istanti dopo, Ares se ne uscì trotterellando calmo ed entusiasta della sua libertà.
"Ares" chiamai con voce suadente sventolando un biscotto di quelli che lui amava "vieni qui picci picci pucci pucci...". Mi guardò. E GIURO che mai avevo visto uno sguardo coì umano in un cane. Nei suoi occhi lessi la frase "Pensi che io sia fesso?", e capii che non era finita.
Uno dei ragazzi, il più vicino ad Ares in quel momento, provò a lanciarsi addosso al cane per bloccarlo, ma il suo tentativo servì soltanto a farlo scattare ancora una volta, ritornando sui suoi passi.
Nel frattempo altre persone si erano unite a noi, eravamo una decina, e cominciammo a studiare dei veri e propri piani di cattura, distribuendoci ai vari lati dell'immenso parcheggio e facendo rallentare le macchine che vi entravano per evitare la catastrofe.
Fino a quel momento non avevamo dato molto dell'occhio, ma ovviamente per mia immensa gioia decise di fermarsi a bere il caffè la donna più fòbica verso i cani che esistesse al mondo. E quando vide Ares trotterellare soddisfatto verso di lei, cominciò a gridare in un modo talmente isterico che dovetti tapparmi le orecchie.
"Un dobermann, un dobermann, aiuto" continuava a strillare l'occhialuta signora arrampicandosi sul cofano di una macchina. Pensai che era solo un incubo, doveva essere così, nemmeno nel più macabro e demenziale dei film una persona faceva una figuraccia così tremenda. Tutti gli occhi ora erano puntati su di me, ero io l'evidente colpevole del misfatto, ero io con quel guinzaglio ancora in mano ed un cane killer libero e pronto a sbranare chiunque. Qualcuno che fino a quel momento mi aveva aiutata nella disperata trappola si spaventò. "Ma davvero è un dobermann?" sentii chiedere sottovoce "non hanno le orecchie dritte di solito?". E mentre continuavano a discutere sullo standard di razza, mentre un paio di vecchietti allietavano le persone con racconti sulla presunta pazzia di questi cani, mentre la svenevole donna seguitava a gridare ed io ero sull'orlo di una crisi isterica... Ares vide la porta dell'autogrill, la porta delle meraviglie, un mondo fatto di cose da mangiare di solito proibite. "No" sussurrò un tizio con un sorrisetto fastidiosissimo in faccia, guardando prima il cane e poi me. "Nooo" gridai io lanciandomi all'inseguimento del fuggitivo. Ma era troppo tardi. Senza nemmeno troppa fretta, il cucciolone aspettò che la porta scorrevole si aprisse e varcò la soglia proibita. La porta si chiuse alle sue spalle. Dopo anni che non lo facevo, mi misi a pregare.
Entrare nell'autogrill fu come vedere una scena a rallentatore. Persone che correvano, gridavano, altre che ridevano della mia disgrazia. Un commesso, di solito composto, sorridente e pronto a sfornare quantità industriali di caffè, correva dietro al cane con una scopa tra le mani, rosso e sudato e con un'aria di chi la sa lunga sulla caccia ai grossi animali selvatici della giungla.
Dal canto suo, Ares come un fulmine impazzito girava lungo i corridoi, facendo cadere tutto ciò che gli capitava a tiro ed arraffando un pezzo di panino da una parte, una merendina ancora incartata dall'altra, una mela rossa, un pupazzo di peluche che secondo lui non meritava di vivere...
In mezzo a quel trambusto riuscii a scorgere Michele: il sorriso che stava rivolgendo a non so chi gli si era raggelato in faccia, il caffè che stava per bere era bloccato a mezz'aria, e lui era come paralizzato, scuoteva solo la testa con l'evidente desiderio di risvegliarsi dall'incubo che aveva coinvolto anche lui.
"Prendi quel dannato cane" gli gridai strappandogli di mano il caffè e spingendolo verso l'uscita da cui Ares era appena sparito. Lui si riprese e corse fuori, mentre un centinaio di occhi severi e di teste che si muovevano in segno di dissenso mi si presentarono davanti facendomi venir voglia di sprofondare o svanire nel nulla.
Per i seguenti cinque minuti nulla cambiò, nessuno fiatava e tutti mi osservavano, mentre io cercavo di fare la finta tonta sorseggiando il caffè che a dirla tutta mi faceva schifo.
Finalmente con aria trionfante rietrò il mio compagno. "E' in macchina" mi disse sorridendo, ed io quasi mi aspettavo che la gente cominciasse ad applaudire. Pagammo il caffè e facemmo per uscire, quando la commessa ci fermò con un colpo di tosse. La guardai incuriosita e lei mi presentò davanti agli occhi un foglio con una lista scritta a mano in fretta e furia.
"Ci sarebbe da pagare tutto quello che ha... ehm... mangiato il vostro cane" specificò con un mezzo sorriso.
Ce ne andammo dall'autogrill maledetto con sessanta euro in meno, un paio di infarti in corso e circa una decina d'anni persi.
Mentre uscivamo dal parcheggio, finalmente sereni tra le quattro porte della nostra vecchia Panda, Ares sospirò nel sonno in cui era caduto. Osservai la sua faccia serena e soddisfatta e le briciole di brioche che gli sporcavano il musetto rilassato. Avrei dovuto ridere, ma l'unico impulso che ebbi in quel momento fu di strozzarlo a mani nude. Decisi che da quel giorno in poi saremmo usciti soltando con guinzagli costruiti in lega d'amianto.
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