lunedì 21 dicembre 2009

Cap. 7 - La macchina nuova


"Quant'è bella?" sospirò Michele sfiorando con un dito la carrozzeria della fiammante Astra Coupè nuova di zecca. I sacrifici fatti per acquistarla erano stati ripagati da tanta bellezza e, sognante, mi appoggiai sul sedile in ecopelle beige facendo rimbombare l'autoradio.
Quel giorno Ares e il mio compagno sarebbero partiti alla volta della Lombardia, per andare a fare un corso di alcune settimane presso una scuola cinofila molto rinomata. Mi sarebbero mancati senz'altro, ma già pregustavo la pace e la tranquillità che si presentavano dinnanzi agli occhi. Sola. Sarei stata sola, assieme al gatto Skunk, per più di venti giorni, senza dover aggiustare, buttare, ricostruire niente. Sembrava un sogno.
Feci salire Ares sul sedile posteriore, coperto da venti strati di coperte e straccetti per evitare che rovinasse qualcosa, e lo baciai e coccolai per dieci minuti buoni con le lacrime agli occhi. Nonostante tutto, mi sarebbe mancato tantissimo.
Michele si accomodò alla guida, mise in moto l'auto e stava per partire, quando con un sussulto mi accorsi che l'enorme valigia di Ares con dentro ciotole, giochi, biscotti e cavolate varie era rimasta in atrio.
"Aspetta!" gesticolai al mio compagno indicandogli l'enorme borsone. Lui scese, mi baciò, sollevò gli effetti personali del mio cane lamentandosi del fatto che aveva più cose lui della Regina Elisabetta e fece per aprire la portiera.
Mi guardò. Lo guardai. Ci guardammo.
Ares si era chiuso dentro. Aveva schiacciato il bottoncino della sicurezza bambini per guardare cosa stavano facendo i suoi amici a due zampe ed ora era in trappola con l'auto accesa.
"Dov'è l'altra chiave?" chiesi, mentre il panico si impadroniva di me.
"Ce l'ha mio papà, a Milano" rispose Michele. La chiave che avrebbe potuto salvarci era a seicento chilometri da noi.
"Ok, stiamo calmi" cercò di dire il mio compagno con le mani che tremavano e il sudore che gli scendeva dalla fronte, mentre rovistava tra i suoi atrezzi in cerca di un fil di ferro.
Chiamai alcuni amici per avere un supporto meccanico e morale e mi misi ad osservare la scena.
Era giugno, iniziava a fare piuttosto caldo e nell'abitacolo il mio piccolo, grande combinaguai iniziava a dare segni di insofferenza.
"Prova qua!" gridò qualcuno alle mie spalle indicando un punto della portiera. Mi voltai e solo in quel momento notai la decina di persone che, oltre ai miei amici, si stava sentendo in dovere di supportare la causa.
C'era chi infilava fili di ferro, chi batteva sui vetri, chi si preoccupava delle sorti del cane e chi della macchina.
Dal canto suo Ares, infastidito dal non poter uscire e festeggiare l'arrivo di tutti quei nuovi amici umani, iniziò a grattare con tutte le sue forze sui finestrini sbavando come un lama impazzito.
"Il cane sta male!!" osservò qualcuno tra la folla che sembrava crescere di minuto in minuto.
"Morirà soffocato" gufò una signora con aria saccente.
Michele, con aria sofferente, lanciò lontano il fil di ferro con cui stava lottando da quasi un'ora e si diresse in casa, uscendone poco dopo con in mano un martello, uno straccio e gli occhi lucidi.
Non sapevo cosa dire, e di certo gli estimatori di macchine che gli chiedevano se fosse impazzito non lo stavano aiutando. Appoggiò lo straccio sul finestrino anteriore, mentre io mi impegnavo tra grida e balletti isterici a trattenere Ares sul lato posteriore della macchina. Il rumore di vetri infranti fece sussultare tutti, tranne il mio cane che aspettò che gli aprissi la portiera per correre a salutare tutti coloro che avevano assistito alla scena.
In pochi minuti la gente iniziò ad andarsene, lo spettacolo ormai era finito e solo io e Michele stavamo soffrendone le conseguenze.
Era già sera quando, finalmente, i miei due grandi amori partirono verso la Lombardia.
Con il micio in braccio, li salutai con la mano e un sorriso un po' forzato in faccia.
Quando l'auto fece per svoltare, non potei fare a meno di osservare il cartone delle patatine che faceva bella mostra di sè al posto del finestrino.

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